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Friday, October 9, 2015

Tutto passa


Ho raccontato di come mi sono sentita quando l'eccitazione e l'euforia del trasferimento sono finite. L'ho fatto per un sito interessaste nato dalla collaborazione di più donne che vivono su diversi fusi e si ritrovano online a condividere le loro storie.
Il sito è  amichedifuso.com.

Ieri è uscito il mio post come ospite e sono veramente contenta di aver condiviso con loro quella grande confusione che avevo in testa. Ma poi e' passata.

Bast cliccare qui...

http://www.amichedifuso.com/2015/10/08/da-boston-adele/


A.

Thursday, October 1, 2015

Non sono pronta




Quando agli idranti vengono messi questi bastoni a strisce bianchi e rossi mi viene freddo.
Mentalmente faccio un veloce inventario del guardaroba  invernale e penso che forse è il caso di far aggiustare quel bel piumino caldo alla quale lo scorso inverno ho sbranato la cerniera.
Vuol dire che il Comune si sta preparando all'arrivo dell'inverno e della neve. I bastoni infatti servono ad individuare sotto la neve gli idranti, ovviamente da usare in caso di necessità.
L'altezza del bastone sarà sì e no due metri, quindi non escludono che due metri di neve possano sotterrarci anche questo inverno.
Lo scorso inverno alcuni Comuni, compreso il nostro, avevano promosso l'iniziativa "Adotta un idrante". A turno, i residenti di ogni via, si sono preoccupati di pulire quotidianamente gli idranti vicini a casa loro. Anzi, non pulirli ma andare a recuperarli sotto due metri di  neve che ci ha fatto compagnia per mesi e mesi. In molti abbiamo aderito. Non il massimo del divertimento ma segno di gran civilta'. 
Io intanto continuo a domandarmi e a ripetermi: "Adelina, va beh che volevi vivere vicino al mare ma forse ti sei imbarcata su un altro volo. Sei finita sulla costa sbagliata. Consolati e abituati perché il New England è tanto freddo quanto bello". 
Ne parlo con mio marito, così tanto per rendere i miei pensieri e le mie ansie ancora più ridicoli. Lui mi risponde: "Trovo tutto questo bello, mi fa apprezzare ancora di più il fatto che viviamo in un paese dove abbiamo tutte e quattro le stagioni. Ognuna con le proprie caratteristiche. Non penso alla neve finché non è il momento di andare fuori a spalarla. Forse perché qui ci sono nato. È normale per me". La mi risposta: "Sì, esattamente" e taccio. 
Inutile dilungarsi ora su questo argomento perché lo farò sicuramente nei prossimi mesi.
E poi io di ansie da gestire ne ho già molte, ora non ho tempo per la futura emergenza neve. Che arriva. Sicuramente.

Friday, August 28, 2015

Le cose che non hai capito

Girellando online mi sono appassionata alla polemica che non riesce a fermarsi riguardo un articolo pubblicato da un sito usato da stranieri intorno a Roma.
Titolo: "100 short impressions after a year in Italy". Traduzione: "100 brevi impressioni dopo un anno in Italia".
Inizialmente portava la firma di un tizio apparentemente americano. Qualche giorno dopo, penso a causa dei commenti non felici di molti, la firma è stata cambiata con "5 ragazze alla pari".
Alla prima veloce lettura mi ha fatto sorridere e ho anche immediatamente riconosciuto alcuni punti come assolutamente veri. Ad una seconda lettura un po' più attenta ho iniziato a trovare cose che non mi piacciono.
Non mi piace il fatto che siano stati usati termini che generalizzano come "tutti", "mai", "nessuno" o altri che a mio avviso danno solo un idea negativa di quello che le simpatiche ragazzette volevano dire. Come me i molti italiani che hanno controbattuto in modo risentito ma anche ironico.
Una delle ragazze alla pari autrice di questo elenco ad un certo punto sente il bisogno di intervenire e di spiegare cosa volessero dire. Viene fuori che questo era un semplice elenco scritto così per ridere tra loro, che la loro esperienza si limita alla città di Genova e alle famiglie nelle quali erano ospiti o per le quali lavoravano. Ma queste donzelle avrebbero dovuto rivedere la lista prima di autorizzare il sito a pubblicarla e magari stare attente ai termini scelti e a fare una premessa che dicesse luoghi visitati  e situazioni sperimentate. Perché secondo me non si può dire che nessuno in Italia parla inglese o che in Italia ci sono solo palazzi ed appartamenti.
Io che sono assai permalosa vedo in questa lista una serie di stereotipi vecchi quanti il Colosseo e sinceramente mi sarei anche un po' stufata!.
Come dicevo alcuni punti sono veri, sono dati di fatto e non impressioni soggettive. La causa di molte cose può essere l'economia instabile, le tradizioni delle quali andiamo fieri, una cultura basata sul vecchio inteso come antico...
Bisogna pensare anche da chi vengono questi punti, voglio dire: delle ragazzette alla pari in Italia per un anno con quale apertura mentale ci saranno state?! Quante di loro hanno veramente capito almeno il 10% della nostra cultura o come vanno veramente certe cose e perché?
Io, sicuramente acida e offesa, chiederei però loro qualcosa riguardo il punto numero 17: "il pene non è circonciso'. Ecco, vorrei sapere quale esperienza, evidentemente diretta, ha permesso loro di fare questa affermazione! Sembra quindi che certi aspetti della nostra cultura abbiano avuto modo e tempo di approfondirli! ( si scherza, eh come si dice in Toscana. Sicuramente sanno questo importantissimo dettaglio per il fatto che si saranno occupate di bambini piccoli).
Qui sotto il link...in Inglese... Mi dispiace, cari lettori ma d'altronde si sa, "nessuno in Italia parla Inglese".

Buona Lettura.

Thursday, August 13, 2015

San Rocco

Ormai le tradizioni che mio marito rispetta fin da quando era bambino stanno diventando anche le mie e ogni Agosto ci troviamo per una sera a cena ad un evento legato a San Rocco.
Ovvio io del santo in questione non so niente ma prendo l'evento come un'uscita con amici.
Questa vecchia tradizione risale al 1929 quando un gruppo di immigranti italiani cattolici si unisce e fonda " The Saint Rocco Fraternal Society" con lo scopo di raccogliere fondi per aiutare persone in difficoltà. Nello stesso anno nasce anche la celebrazione del Santo che consiste in un fine settimana di festeggiamenti. Questa festa si svolge nel quartiere italiano della nostra cittadina.
Il venerdì si aprono i festeggiamenti con l'immancabile processione e la banda che suona sia l'inno americano che quello italiano. A seguire i seguaci di San Rocco, qualche italiano vero rimasto e molti italo- americani convinti di essere veri italiani!
Per tre sere consecutive un'intera via viene chiusa per fare posto a svariati stand alimentari che vendono "cibo italiano", qualche bancarella di artigianato e intrattenimento per bambini.


Arancini-ini-ini


Molti dei residenti attaccano bandiere italiane alle finestre e ai terrazzi. Prendono posto sul marciapiede di buon ora il venerdì per non perdersi la visuale migliore della processione. Di solito organizzano cene praticamente sulla porta di casa, sugli scalini o su piccoli terrazzi che si affacciano sulla strada.
È un evento veramente molto sentito dai residenti del quartiere, qualcuno sicuramente è un gran devoto di San Rocco, qualcun altro secondo me è piu legato alla festa e la baldoria di tre sere, al poter stare in strada a bere e mangiare a alla tradizione di vedere il proprio quartiere vestito a festa.
Parlando con alcuni degli attuali organizzatori mi ricordano anche che la festa e l' associazione sono nate per il volere degli italiani immigrati che sentivano la necessità di ritrovare tradizioni lasciate oltreoceano.  Tradizioni che poi si sono americanizzate, adattandosi ad una cultura un po' più godereccia e meno devota.
Negli anni sono stati organizzati molti eventi per raccogliere fondi e per ritrovarsi. Così come sono stati stampati dei ricettari con le ricette più conosciute e condivise dai residenti del quartiere più italiano della città. Una di questa viene dalla bisnonna di mio marito!
Come sempre sono polemica rispetto a quanto italiano sia l'evento, il cibo o i partecipanti ma in questo caso provo tenerezza per chi cerca in ogni modo di tenere vivo un flebile ma lungo legame costruiti molti anni prima da qualche nonno che aveva una nostalgia cane di casa. Come le nonnine che lavorano a mano la pasta da friggere e le spolverano con abbondante zucchero a velo.


Le nonnine e la loro pasta fritta dolce


 Poi ovvio che mi escono gli occhi dalle orbite quando vedo i nomi americanizzati di svariate pietanze ma apprezzo davvero tanto chi crede in tutto questo e si sente a suo modo italiano e sente di dover rispettare così le proprie origini.

A.



Friday, June 12, 2015

Dall'albicocca in poi

Questa sera a fine pasto ho assaggiato la prima albicocca della stagione. L'aspetto sbiadito non prometteva niente di buono. Al primo morso la delusione. Ma più che altro una retrospettiva di pensieri interminabile.
Con il sapore insipido mi ha travolta la malinconia per quelle cose che qui per svariati motivi non ho più, non mangio più o non vedo più.
E cioè:
-Le albicocche che nonna comprava al mercato, belle e quasi arancioni, succose, dolci, morbide.
-Il suono delle campane. Da brava eretica non vado in chiesa, non ne avrei motivo, ma il suono delle campane, un po'  campagnolo, quasi mi manca. Quelle allegre e quelle che fanno venire sonno quando le senti alle due di un pomeriggio di Luglio. Qui non le sento mai, forse ci sono ma io ancora non le ho sentite.
- Le stradine sterrate e polverose di alcuni paesini.
- I ciottoli scomodissimi sui quali solo noi possiamo camminare.
- Le giratine della domenica. Non fanno parte della cultura americana. Punto. Si fa altro e mi sono adattata.
- La minestra di pane della mia nonna. Lo stomaco brontola quando ci penso.
- Il ragù della mia mamma. Ci provo e mi impegno ma non mi verrà mai così buono!.
- Le passeggiate alla Tinaia.
- Firenze in una notte d'estate.
- Le zucchine quelle piccole e deliziose.
- Il profumo delle pagine dell'album di fotografie di quando ero bambina. Il classico album gigante con la copertina in pelle e la velina in mezzo ad ogni pagina. La prossima volta che torno in Italia lo porto via. Ha un profumino inconfondibile, non so cosa sia esattamente ma sa di buono.
- Poter prendere il telefono e dire: "chiamo Madda e vado a trovarla in quella casa che sa di pace e tranquillità".
- Le colazioni in pasticceria. Soprattutto quelle con mia nipote.
- Il profumo di un forno che si respira dall'esterno.
- Il quotidiano la Repubblica, versione cartacea, quella vera che mi macchia le dita.
- Saper dove andare quando devo sbrigare qualche scartoffia.
- Il buio pesto in camera da letto. Non abbiamo "gli avvolgibili" ma veneziane alle finestre e quando inizia ad albeggiare la luce trova quella piccola, odiosa fessura e mi arriva dritta negli occhi.
- Una zona abbastanza buia dalla quale ammirare le stelline cadenti nelle quali ho tanto creduto e mi hanno portata qui.

Potrei continuare per ore ma mi fermo perché tutto sommato mi mancano sì un sacco di cose ma qui ho trovato la sola cosa che non avevo in Italia: Lui e "la vita che sognavo da bambino". Jova docet!

A.



Thursday, April 30, 2015

Te la do io la Toscana, Nini!

Un giorno sì e un giorno no mi imbatto nell'abuso e nello stupro dell'aggettivo Tuscan.
Io sono Toscana e quando mi trovo di fronte a certe cose mi cadono le braccia, rimango a bocca aperta , mi offendo un po' e mi lascio andare alla prima "maremma..." che ho disponibile sulla punta della lingua.
Qui l'amore e il fanatismo per l'Italia sono infiniti. È una cosa che rende ogni immigrato orgoglioso.
Quando dico che c'è un abuso e stupro del termine Tuscan però non scherzo.
Viene  aggiunto ovunque, ma non ho ancora capito se lo fanno perché suona fashion, perché rende il prodotto in questione più commerciabile o perché davvero sono fanatici. Oppure , come si dice in Toscana, per infinocchiarti cioè per fregarti.
Questa la serie di cose che vedo in giro, nei media e in TV che viene definito Tuscan:
- Tuscan sandwich: bo! Si tratta di un panino farcito con la qualunque meno che finocchiona, che farebbe molto più Toscana di mille e settecento ingredienti mischiati insieme.
- Tuscan restaurant: ristoranti con fantasiosi menù pseudo italiani/ toscani ( ma questi sono un po' ovunque)
- Riviste che ti insegnano a toscanizzare la tua casa. Più che altro mi sembra di vedere  immagini di dimore super costose, molto country ma anche molto inglesi.
- Tuscan decorations: ceramiche, decorazioni in metallo o mobilia poco toscane ma assai orientali.
- Tuscan bread , cioè il mitico pane toscano. Questa è forse la cosa che più mi "tormenta" tra le molte che vedo. Chiamano "pane toscano" un pane rotondo, morbido quasi floscio , senza "corteccia" , per niente croccante e con il quale dopo due ore puoi giocare a pallone.

Quando mi sono trasferita qui in pianta stabile avevo l'ossessione per il pane per come lo conoscevo io.  Ne sentivo la mancanza più della mia famiglia ( o quasi) e mi sono passata in rassegna molti panifici in zona per trovare quell'impasto che avesse un minimo del sapore che cercavo. Mi sono arresa. Poi c' la triste realtà che io non lo so fare, non ho il forno adatto e quindi mi sono adattata a la forma di pane più croccante che a volte trovo in giro per supermercati.
Sono passati mesi e mesi e nel frattempo io  nel mio piccolo ho cerco di non perdere il mio essere Toscana.
La mia regione  la porto nel cuore, negli occhi che sentono  spesso la mancanza di morbide e verdi colline, così come la mantengo fortemente nella mia parlata, nel mio fantastico accento del quale vado molto orgogliosa.
Poi ho seminato in giro per la casa piccole cose molto toscane. Cioè i piatti di ceramica dipinti a mano ed ereditati dai miei nonni risalenti agli anni quaranta. La griglia per abbrustolire il pane. Libri di ricette di uno chef toscano, il calendario fiorentino che mi ha mandato lo scorso Natale mia sorella, una mappa della vecchia Firenze appesa in soggiorno...
A volte sento il bisogno di toscanizzare anche chi mi sta intorno. È come se avessi il dovere di compiere una missione umanitaria! Penso allora: " Te la do io la Toscana, Nini!".
Quindi insegno l'Italiano a mio marito con il mio perfetto accento, compresa la migliore serie di maremme che io conosca. Chiamo i Cantuccini con il loro nome e non biscotti come è usanza fare qui. Qualcuno ne rimane basito ma non importa! Oppure mi preoccupo di indottrinare a dovere amici e parenti americani riguardo al Tartufo, la Cinta Senese, la vera Bistecca Fiorentina, il Cacio con le pere, il Formaggio al Tartufo o l'autentico Pecorino Toscano.
Cosi come invito a sorseggiare il Vin Santo con i Cantuccini, quelle rare volte che troviamo una bottiglia. Inorridisco quando vedo che la mandano giù  come fosse acqua. Qui l' alcool viene consumato davvero come acqua naturale, giusto per stare arzilli e non per apprezzarlo e gustarlo.
Sono convinta che questa mia esigenza, forse ossessione, di diffondere la cultura Toscana qui sia più una mia paura di perdere le origini. Ho magari l'ansia di lasciarmi sopraffare da una nuova cultura, dal paese nel quale vivo e che piano piano pero' sto conoscendo e imparando ad amare.
Insomma tutto questo per dire che un po' mi dispiace che ci sia questo abuso della Toscana, temo non passi il concetto vero, la vera immagine della nostra regione. Allo stesso tempo mi rende orgogliosa che qui ci sia questa adorazione, anche se è evidente che spesso non hanno idea di cosa stiamo parlando!
L'unico modo per far scoprire davvero la Toscana a questi "amerihani" sarebbe portarceli in vacanza! 

Thursday, March 26, 2015

Crisi d'identità

Vivere in un paese che non è quello di origine può mandare in crisi quelli come me. Non che io qui  ci stia male. La scelta migliore fatta in tutta la mia vita.  Ma io sono una che si logora nei pensieri più assurdi, rimugino per ore, e per giorni fino a pensare cose che non esistono.  E poi la mia amica
"Ansia " mi viene a trovare e allora è difficile ritornare lucida ed obiettiva. Mi domando se forse sia arrivata l'ora di contattare un bravo psicologo, ma questo è un altro discorso.
Insomma vado in crisi quando qualcuno appena apro bocca capisce che non sono per niente americana e mi domanda: "di dove sei"? .  Io presuppongo che mi si chieda la mia origine, cioè dove sono nata. Rispondo ovviamente di essere Italiana, nello specifico Toscana. (Che poi è vero al 50% perché alla fine sono orgogliosamente mezza siciliana). Quindi dopo la risposta mi domandano di nuovo : "si, ma dove vivi?!". E io rispondo di vivere qui. Quindi dopo questa risposta mi fanno spesso notare che però vivo qui, "sei nata in Italia ma a questo punto sei di qui" . Ecco, io in quel momento mi faccio un bel cartone animato mentale e mi vedo con un mega punto interrogativo sulla testa mentre chiedo a me stessa da dove vengo.  Il punto interrogativo mi schiaccia, mi fa più bassa di quello che sono e mi viene una bella faccia a bischero mentre cerco di fare attenzione a quello che mi viene detto.
Si scatenano pensieri che faccio fatica a risolvere e domande alle quali vorrei rispondere.
Cioè: ufficialmente sono nata, cresciuta, vissuta in Italia ma legalmente non ci vivo più. Risiedo qui. Si aspettano che alla fine dica loro che vengo da Boston, ma come faccio a dirlo con convinzione? Sono io che non ci credo ancora?
Non mi ci sono ancora abituata?
Oppure non mi sono ancora  staccata dal cordone ombelicale che mi lega all'Italia? Ma quando arriva il momento in cui si sente di appartenere ad un paese, ad una cultura anziché ad un'altra? Oppure a due diversi paesi e due diverse culture contemporaneamente?
Può succedere che si abbandonino completamente la propria identità e origini per farne proprie di nuove?
Che incubo! Eppure so chi sono, da dove vengo e dove voglio stare ma queste cose mi mandano di fuori e mi fanno pensare. Ci perdo le ore.
Forse la sola domanda che dovrei farmi è invece un'altra : "Non è che ho troppo tempo libero tra le mani?".

A.

Ps: forse questo video è più adatto ad un post su varie esilaranti esperienze con la dogana ma è bellissimo, mi fa tanto ridere e pensare contemporaneamente quando Massimo Troisi alla domanda "chi siete" risponde "quelli di prima". Io sono quella di prima. Il prima che si fonde con quello che sono ora. 



Sunday, February 8, 2015

Anna, Made in Italy

Uno dei bisogni che ho avuto da quando sono qui è stato trovare una sarta.
Intendo una "sartina" brava, affidabile, con le mani d'oro come quelle della mia mamma e della mia nonna che mi hanno sempre salvata quando c'era da togliere metri di tessuto a pantaloni sempre troppo lunghi per me.
Così ho conosciuto Anna, mamma di un nostro amico. Sarta da sempre è più che altro italiana. Italiana vera, Made in Italy nel vero senso del termine.
Anna, piccola donna che porta il più bello dei nomi femminili, si è sposata bambina con Michele. Lui è venuto qui in avanscoperta, per usare le sue parole: "Ho fatto come Colombo, sono venuto prima io a vedere cosa c'era qua!".
Le cose sono andate bene e lei ad un certo punto ha dovuto raggiungerlo.
Quando mi ha raccontato come il suo trasferimento è andato mi sono sentita in colpa. Mi sono chiesta cosa ho io da lamentarmi. Diciamocelo chiaro e tondo: sono arrivata qui con tre valigie e niente da costruire, praticamente perché era già tutto pronto. Certo, sto costruendo la nostra piccola famiglia e la mia nuova vita sociale ma niente di più.
Anna viveva in un piccolo paese del Molise, 19 anni quando è partita e aveva tra le braccia il suo piccolino di due anni, febbricitante e forse spaventato dalla paura che lei stessa provava.
Anna non era mai uscita dal paese, quindi è stata "messa su un aeroplano" diretto a New York.
Il suo primo volo, lunghissimo, infinito verso un paese sconosciuto, senza parlare una parola di inglese con il suo bambino in braccio che ha pianto durante tutta la traversata.
Arrivata in aeroporto si è guardata intorno spaventata. Ma è riuscita a passare i controlli doganali, ha vagato un po' cercando di capire come fare per arrivare al secondo gate di imbarco.
Una coppia ha visto questa piccola donna completamente persa e confusa e le ha offerto aiuto e solo mostrando loro il biglietto hanno capito il suo bisogno. L'hanno accompagnata così al l'imbarco per Boston.
Vola a Boston dove il marito la aspetta e con lui la loro padrona di casa. Usciti dall'aeroporto si sono  diretti in ospedale perché il bambino continuava a stare male.
Ecco, questo è stato l'inizio. Non il migliore. Per non parlare del fatto che per i seguenti 7 anni non ha visto la famiglia. Mi ha detto così: "Adele, i pianti che non mi sono fatta in sette anni...".
Questo paese è fatto di tanti Anna e Michele che meritano un rispetto infinito.
Dovrei smettere di lamentarmi, lasciare da parte la malinconia quando sento la mancanza della mia famiglia. Dopo tutto abbiamo tanta tecnologia che ogni giorno ci tiene vicini.
Mi rimbomba però nella testa una cruda verità che Anna mi ha detto e che un po mi spaventa: "Purtroppo non smetterai mai di sentire la mancanza di casa".