Sunday, April 19, 2015

Keep Austin Weird


La settimana di Pasqua ci siamo presi del tempo da trascorrere con la parte americana della famiglia e siamo volati in Texas, vicino Houston. Qui abitano mia cognata e la sua famiglia.
In quella settimana abbiamo anche passato tre giorni ad Austin, capitale del Texas. Io non lo sapevo, ovviamente.
È stato amore a prima vista! 
Essere ad Austin ti fa dimenticare di essere in Texas. Non ha niente a che fare con Houston o Dallas. 
Ha uno stile tutto suo, uno stile del tutto hippy, giovane e "fuori dalla norma".

Qui ha sede l' Università del Texas, prestigiosa università che attira studenti da tutto il paese. Li attira anche perché la città offre molto per i giovani, soprattutto se interessati alla musica di ogni genere. La squadra di football dell'università è quasi più popolare della squadra della città stessa. Ogni singola macchina o furgone ha l'adesivo simbolo dell'Università cioè la sagoma del tipico bufalo texano con due lunghissime corna. Parlando con dei signori anziani che lì si sono laureati mi hanno detto che ancora "sanguinano UT" cioè hanno ancora nel sangue l'amore estremo e la fedeltà per quell'università e la sua squadra di football per la quale ancora tifano. 
Sulla 6th Street ci sono tantissimi locali che propongono musica live ogni sera: jazz, rock, alternative, country...con forte influenza messicana! Tra gli anni 60' e 70' ha dato a molti cantanti e autori la possibilità di iniziare la loro carriera. Una tra le più note Janis Joplin che si esibiva in un angolo di un ristorante dove abbiamo cenato una sera. Molte sue foto, dediche e frasi scritte di suo pugno tappezzano le pareti del locale.
Ad Austin quasi non esistono le grandi catene di negozi tipiche americane. Questi sono confinati fuori città. In downtown sono tutti piccoli negozi. Si trovano gli alimentari, le classiche farmacie ma anche negozi di dischi, piccole librerie, video noleggi che ancora hanno i  vhs e soprattutto tanti negozi dell'usato e vintage. L'abbigliamento usato vince contro le boutique modaiole tipiche di altre città.
Ad ogni angolo verde della città si trovano molti food trucks, cioè i camioncini che vendono cibo. Ovviamente c'è l'imbarazzo della  scelta. C'è quello che vendo i classici burgers ma anche cibo messicano, oppure tutto vengano, così come quello 100% bio. Attirano molto anche le piccole birrerie e enoteche su quattro ruote. 
La filosofia di Austin è "keep Austin weird" che significa "manteniamo Austin fuori dalla norma" e questo succede davvero sotto i tuoi occhi se ti trovi a cinque minuti dal centro, su una collinetta dove aveva sede una vecchia fabbrica che adesso è stata adibita a mega murales aperto a tutti. 
Cioè chiunque può andare e creare cioè che vuole su le rovine di questa fabbrica.
In sottofondo musica "fricchettona", giovani dallo stile molto anni settanta che muniti di bombolette spray si esprimono e si sentono davvero liberi e fuori dalla norma.



Ma camminando per tutta Austin si nota che i graffiti sono una caratteristica ben distinta della città. Sono ovunque, ben fatti, ben messi in evidenza e mantenuti dalla città stessa. 
Austin è conosciuta anche come la città dei pipistrelli. Nel Congress Avenue Bridge, un bellissimo ponte, abitano più di un milione di pipistrelli che ogni sera al calar del sole si svegliano e volano unendosi in enormi stormi. È diventato uno spettacolo imperdibile è così ogni sera migliaia di persone prendono posto sulle sponde del fiume e aspettano l'inizio dello spettacolo. Siamo andati anche noi e devo dire che è uno spettacolo unico. Volano alti, formano delle macchie nere nel cielo, incuranti di tutte queste persone che ogni sera li aspettano.

Percorrendo 20 minuti di macchina si raggiunge una bellissima zona collinare, verde e silenziosa. Mount Bonnell offre una vista panoramica della città dall'alto e del Colorado River. 
Insomma, Austin merita. Assolutamente da vedere.





Thursday, March 26, 2015

Crisi d'identità

Vivere in un paese che non è quello di origine può mandare in crisi quelli come me. Non che io qui  ci stia male. La scelta migliore fatta in tutta la mia vita.  Ma io sono una che si logora nei pensieri più assurdi, rimugino per ore, e per giorni fino a pensare cose che non esistono.  E poi la mia amica
"Ansia " mi viene a trovare e allora è difficile ritornare lucida ed obiettiva. Mi domando se forse sia arrivata l'ora di contattare un bravo psicologo, ma questo è un altro discorso.
Insomma vado in crisi quando qualcuno appena apro bocca capisce che non sono per niente americana e mi domanda: "di dove sei"? .  Io presuppongo che mi si chieda la mia origine, cioè dove sono nata. Rispondo ovviamente di essere Italiana, nello specifico Toscana. (Che poi è vero al 50% perché alla fine sono orgogliosamente mezza siciliana). Quindi dopo la risposta mi domandano di nuovo : "si, ma dove vivi?!". E io rispondo di vivere qui. Quindi dopo questa risposta mi fanno spesso notare che però vivo qui, "sei nata in Italia ma a questo punto sei di qui" . Ecco, io in quel momento mi faccio un bel cartone animato mentale e mi vedo con un mega punto interrogativo sulla testa mentre chiedo a me stessa da dove vengo.  Il punto interrogativo mi schiaccia, mi fa più bassa di quello che sono e mi viene una bella faccia a bischero mentre cerco di fare attenzione a quello che mi viene detto.
Si scatenano pensieri che faccio fatica a risolvere e domande alle quali vorrei rispondere.
Cioè: ufficialmente sono nata, cresciuta, vissuta in Italia ma legalmente non ci vivo più. Risiedo qui. Si aspettano che alla fine dica loro che vengo da Boston, ma come faccio a dirlo con convinzione? Sono io che non ci credo ancora?
Non mi ci sono ancora abituata?
Oppure non mi sono ancora  staccata dal cordone ombelicale che mi lega all'Italia? Ma quando arriva il momento in cui si sente di appartenere ad un paese, ad una cultura anziché ad un'altra? Oppure a due diversi paesi e due diverse culture contemporaneamente?
Può succedere che si abbandonino completamente la propria identità e origini per farne proprie di nuove?
Che incubo! Eppure so chi sono, da dove vengo e dove voglio stare ma queste cose mi mandano di fuori e mi fanno pensare. Ci perdo le ore.
Forse la sola domanda che dovrei farmi è invece un'altra : "Non è che ho troppo tempo libero tra le mani?".

A.

Ps: forse questo video è più adatto ad un post su varie esilaranti esperienze con la dogana ma è bellissimo, mi fa tanto ridere e pensare contemporaneamente quando Massimo Troisi alla domanda "chi siete" risponde "quelli di prima". Io sono quella di prima. Il prima che si fonde con quello che sono ora. 



Saturday, March 14, 2015

La parola magica

Oltre al rinnovo dei miei documenti stiamo lavorando anche alle scartoffie per l'acquisizione della Cittadinanza Italiana di mio marito. Sarà per discendenza quindi le cose vanno fatte con un certo ordine. Questo vuole dire che prima deve ottenerla la  sua mamma. Con lei abbiamo iniziato la raccolta dei documenti sui quali deve essere apposta una Apostilla, cioè un timbro rilasciato dalla stato del Massachusetts che attribuisce a questi documenti valore internazionale.
Martedì scorso siamo andate nell'ufficio predisposto a Boston. 
Mi ero documentata online e sapevo che se ci fossimo presentate con più di tre documenti avremmo dovuto lasciarli lì e ritirarli il giorno seguente. Quanti ne avevamo? 7. 
L'impiegata me lo ha ricordato appena ho spiegato il motivo per il quale eravamo li. Le ho risposto che ne ero al corrente. Chiedo inoltre se è possibile avere i documenti a casa, cioè spediti via posta. La signora con fare molto scocciato mi chiede se ho la busta già affrancata e con indirizzo stampato. Ovvio che cado dal pero perché non ho niente di quello che mi chiede. Vedo quasi il fuoco  nei suoi occhi e quasi mi sento stupida per aver fatto una domanda! Io e mia suocera ci scambiamo uno sguardo veloce. Non so se mi scappava più da ridere o da piangere. 
La signora passa in rassegna i documenti e mi chiede a quale paese siano destinanti. Con un filo di voce rispondo: "Italy".
Ecco, a questo punto accade il miracolo. Forse San Gennaro, che io certo non prego o forse un goccio di sangue italiano che scorre nelle vene della signora ed ecco che questa cambia espressione. Prende tutti i documenti sotto braccio, il volto teso si addolcisce e sfoderando un bel sorriso ci dice che li farà tutti ora. Seduta stante, tutti e sette. Ciò vuol dire che non torneremo. Ma più che altro come dice mia suocera: Italia è la parola magica! 
È così, mi era già capitato di usare la parola magica e di essere travolta da complimenti e apprezzamenti. Ma in questo caso è favoritismo? È giusto? E se avessi detto di essere Olandese? Anche questa volta mi metto a pensare a cosa è giusto o no mentre forse dovrei godermi , almeno una volta, un miracolo! 
Per farla breve, cinque minuti e usciamo soddisfatte per questo piccolo regalo. 
Martedì era una bellissima giornata e ci siamo trattenute a Boston. Bello il mio filetto, bella citta' anche quando è gelata dalla neve e dal ghiaccio ma sotto un cielo azzurro che mi fa solo venire in mente la parola magica.


A.


Saturday, February 28, 2015

Scannerizzati

Il mio status di immigrante ancora non è totalmente stabile.
Stiamo lavorando al secondo ed ultimo step e dopo di questo direi che posso anzi devo optare per la cittadinanza. Mi sembra giusto per il rispetto che devo ad un paese che comunque mi ha accolta e che mi ha dato la possibilità di iniziare la nostra vita. Inoltre sarebbe la scelta più intelligente così da non dover combattere con l'immigrazione ogni 10 anni.
Prepararsi al secondo step vuol dire dimostrare che il nostro legame è vero e sincero. Fatto cioè di amore puro.
Quindi giovedì ho passato più di tre ore a "scannerizzare" parole. Parole scritte su biglietti che ci siamo scambiati in questi quasi due anni, parole intime, nostre piene di significati e sguardi al futuro e che pensi rimangano sempre e solo tra noi due. Ma anche parole di malinconia, affetto, speranza che ci arrivano da oltreoceano.
Dobbiamo dimostrare che ognuno è legato alla famiglia dell'altro, che queste parole arrivano indirizzate a tutti e due.
Mi dispiace pensare che le lettere della mia mamma , dei miei nonni e dei miei zii passino dalle mani di sconosciuti, oppure che all'inglese incerto che mia sorella usa per esprimere gratitudine a mio marito non venga dato il giusto significato.
Ci siamo già messi a nudo negli anni passati per dimostrare che volevamo semplicemente il diritto a stare insieme ed ora ci risiamo.
Non abbiamo nulla da nascondere quindi è facile ma ci sono momenti in cui scambi con le persone pensieri unici, sottili, delicati, tuoi e solo tuoi sperando che un abbraccio li contenga, li custodisca e non li lasci sfiorare da nessuno.
Rileggere certe parole sullo schermo del computer dopo averle passate dallo scanner mi fa sentire come se avessi reso quelle pagine asettiche, prive dei loro infiniti significati.
Mi dispiace, non vedo l'ora che anche questa sia fatta e aspetto nuove lettere e pensieri da chi ho lasciato lontano da me. Quelle parole li non finiranno dentro uno scanner ma saranno per sempre custodite e rispettate.
Se poi non dovesse bastare mi calo le brache, mi siedo sullo scanner e mostro loro l'unica cosa che ancora non mi hanno chiesto.

A.

Sunday, February 8, 2015

Anna, Made in Italy

Uno dei bisogni che ho avuto da quando sono qui è stato trovare una sarta.
Intendo una "sartina" brava, affidabile, con le mani d'oro come quelle della mia mamma e della mia nonna che mi hanno sempre salvata quando c'era da togliere metri di tessuto a pantaloni sempre troppo lunghi per me.
Così ho conosciuto Anna, mamma di un nostro amico. Sarta da sempre è più che altro italiana. Italiana vera, Made in Italy nel vero senso del termine.
Anna, piccola donna che porta il più bello dei nomi femminili, si è sposata bambina con Michele. Lui è venuto qui in avanscoperta, per usare le sue parole: "Ho fatto come Colombo, sono venuto prima io a vedere cosa c'era qua!".
Le cose sono andate bene e lei ad un certo punto ha dovuto raggiungerlo.
Quando mi ha raccontato come il suo trasferimento è andato mi sono sentita in colpa. Mi sono chiesta cosa ho io da lamentarmi. Diciamocelo chiaro e tondo: sono arrivata qui con tre valigie e niente da costruire, praticamente perché era già tutto pronto. Certo, sto costruendo la nostra piccola famiglia e la mia nuova vita sociale ma niente di più.
Anna viveva in un piccolo paese del Molise, 19 anni quando è partita e aveva tra le braccia il suo piccolino di due anni, febbricitante e forse spaventato dalla paura che lei stessa provava.
Anna non era mai uscita dal paese, quindi è stata "messa su un aeroplano" diretto a New York.
Il suo primo volo, lunghissimo, infinito verso un paese sconosciuto, senza parlare una parola di inglese con il suo bambino in braccio che ha pianto durante tutta la traversata.
Arrivata in aeroporto si è guardata intorno spaventata. Ma è riuscita a passare i controlli doganali, ha vagato un po' cercando di capire come fare per arrivare al secondo gate di imbarco.
Una coppia ha visto questa piccola donna completamente persa e confusa e le ha offerto aiuto e solo mostrando loro il biglietto hanno capito il suo bisogno. L'hanno accompagnata così al l'imbarco per Boston.
Vola a Boston dove il marito la aspetta e con lui la loro padrona di casa. Usciti dall'aeroporto si sono  diretti in ospedale perché il bambino continuava a stare male.
Ecco, questo è stato l'inizio. Non il migliore. Per non parlare del fatto che per i seguenti 7 anni non ha visto la famiglia. Mi ha detto così: "Adele, i pianti che non mi sono fatta in sette anni...".
Questo paese è fatto di tanti Anna e Michele che meritano un rispetto infinito.
Dovrei smettere di lamentarmi, lasciare da parte la malinconia quando sento la mancanza della mia famiglia. Dopo tutto abbiamo tanta tecnologia che ogni giorno ci tiene vicini.
Mi rimbomba però nella testa una cruda verità che Anna mi ha detto e che un po mi spaventa: "Purtroppo non smetterai mai di sentire la mancanza di casa". 

Wednesday, February 4, 2015

Patriots

Ho capito oggi che l'efficienza americana è davvero debole.
Lo hanno dimostrato oggi i bostoniani e gente di tutto il New England che alle 11 del mattino si sono ritrovati a Boston per festeggiare la loro squadra di football i Patriots, vincitori del Super Bowl.
Tutti pensano che gli americani siano grandi lavoratori , non prendono giorni di malattia, non assistono a volte alle recite o spettacoli di vario tipo dei figli, sacrificano la propria vita personale pur di non saltare un giorno di lavoro. Ma poi quando si tratta di festeggiare la squadra di football non guardano in faccia al boss e corrono in strada per assistere alla sfilata . La squadra ha sfilato per il centro della città sulle famose Duck Boats!
Non li capirò mai questi americani!


http://www.boston.com/sports/football/patriots/2015/02/04/the-view-from-above-pics-from-atop-the-duck-boats/8pI1xqU32XtMEXHdX2w9nJ/story.html?p1=feature_pri_hp

Saturday, January 31, 2015

Non solo il caldo dà alla testa

Come già scritto qui il freddo non scherza.
Martedì e mercoledì abbiamo avuto anche una bella bufera di neve che ha addirittura battuto alcuni record del passato.
Ogni bufera  lascia una scia di gelo e soprattutto di follia. La gente passa ora interminabili a spalare la neve, a cercare di rendere accessibili vialetti e anche l'entrata di casa. Ma soprattutto devono ritrovare la propria auto che, lasciata parcheggiata in strada davanti casa , viene praticamente sotterrata di neve. 
Li vedi prima spazzare via la neve dalla macchina, renderla almeno visibile. Poi piano piano e con santa pazienza iniziano a ripulire intorno. Il problema è che la neve è pesante e infinita. Inoltre non la puoi riversare sulla strada perché rischi di essere multato così come non può andare a finire sul marciapiede perché deve essere ben pulito. La responsabilità della pulizia del marciapiede e dei residenti. E tutti, dico tutti, si danno da fare per renderlo almeno accessibile. Il nostro regolamento comunale, per esempio, dice che i marciapiedi devono essere ripuliti dalla neve per almeno 60cm in larghezza. 
Quindi si capisce che questo lavoraccio richiede tanto tempo, fatica e lascia molta gente con un bel ma di schiena! 
A questo punto scatta l'aggressività del bostoniano vero, cioè di colui che ci ha quasi lasciato le penne sulla neve per liberare la sua auto e che di diritto si è ora guadagnato il suo posto auto per i giorni seguenti.
Questo vuol dire la difesa del posto auto viene messa in atto con ogni "comprensibile mezzo". Si vede così gente che, per marcare il proprio territorio e fare in modo che nessuno si accaparri ingiustamente quel posto auto, mette coni arancioni nel suddetto spazio. Tipo quelli di coloro che fanno manutenzione strade. Oppure in mancanza di attrezzi così professionali la fantasia si scatena e si vedono sedie, sdraie da mare, vecchie porte, cartelli con avvertimenti e minacce per chi avesse il coraggio di disobbedire a questa regola non scritta ma ben conosciuta nel New England.
Per avere una chiara idea di quello che vi racconto andate a dare un'occhiata qui.

http://bostinno.streetwise.co/2015/01/29/boston-parking-space-savers-photos-tweets/


A.

Friday, January 30, 2015

Ugo e Pina

Noi siamo questo. Siamo quelli che al primo tentativo non riescono mai ma siamo quelli che quando cadono lo fanno insieme e insieme si rialzano.

Ugo e Pina Fantozzi alle prese con la neve.
Episodio pilota.
Attori i DiPaola.

Ugo esce di fretta da casa alle 7:30 del mattino. Da bravo americano ha in una mano il biberone di caffè, nell'altra il piumino che ovviamente non usa perché abituato alle temperature polari e sulle spalle lo zaino con portatile e tutti gli altri attrezzi del mestiere.
Si avvicina al bandone del garage aperto e rovinosamente cade, tirandosi il caffè in testa!
Pina dalla porta di casa assiste alla scena. Scende di corsa le scale per raggiungere Ugo ma anche lei vola sul terribile ghiaccio nero.
I due si ricompongono un po' alla meno peggio e iniziano la loro giornata fortunata.
Dal 1 Febbraio in tutti i cinematografi.

A.

Thursday, January 15, 2015

Si pela.

In questi giorni da queste parti si pela. Ovvio che non stiamo a pelar patate ma ho usato un po' di Toscano per dire che fa molto, molto freddo.
Solitamente a  gennaio si è sommersi dalla neve, invece quest'anno ancora niente. A me non dispiace per niente ma gli americani veri sono molto dispiaciuti e lo sono stati ancora di più quando a Natale ci sono stati 15 gradi e tanto sole. Io invece gongolavo!
Quando fuori ci sono queste temperature quello che vorrei è starmene in casa al calduccio e guardare fuori dalla finestra. Magari, non posso. Ieri infatti alle 7 del mattino ero alla fermata dell'autobus. Impalata, imbalsamata dal freddo non riuscivo a muovere altro che la testa a destra e sinistra.
Osservavo i miei compagni di viaggio, i soliti. Ieri li ho guardati meglio e ho fatto la riflessione che segue.
Io non sarò mai come loro. Io non mi abituerò mai a questo freddo. Potrò combatterlo ma il mio fisico non lo accetterà mai. È così.
Per capirci. Ieri alle 7 del mattino c'erano -8 gradi e un pochino di vento.
La mia "vestizione" prima di uscire di casa ha richiesto tempo e ingegno. Cosa mi metto? I calzini di lana? Il maglione lungo? Quale cappello? Così mi sono preparata con cappello, collo bello aderente, piumino (ovvio), guanti da neve e scarponi da neve nonostante questa fosse del tutto assente. Del viso si vedevano giusto gli occhi. 
Ho realizzato che gli autoctoni non sentono il freddo che sento io e come me i brasiliani e messicani che vivono qui.
Gli autoctoni o meglio le autoctoni si presentano alla fermata del bus con -8 gradi indossando cappottino di panno primaverile, pantaloni a tre quarti, niente cappello o guanti, sciarpina fine e una scarpa stile sabot aperta dietro....e senza calze! 
Io capisco che lei sia nata e cresciuta a queste temperature ma quando è freddo è freddo. Lei non lo sente, io la invidio. Lei è disinvolta, io avvolta in strati di abbigliamento caldo che però mi impediscono i movimenti.
Noi immigrati, catapultati in questa gelida realtà, ci riconosciamo da lontano perché in questi giorni siamo tutti avvolti in piumini e metri di sciarpe. Oppure perché nemmeno sul l'autobus ci togliamo cappello e guanti e non ci sediamo vicino alle porte di entrata e uscita. Gli autoctoni invece stanno in piedi di fronte alla porta di uscita e ad ogni fermata prendono una bella boccata d'aria fresca! 
Ci guardiamo, ci scambiamo un sorriso di comprensione e proseguiamo verso le nostre mete. E siamo quelli che prima di scendere riportiamo la sciarpa sopra il naso per non respirare aria gelida.

Saturday, January 3, 2015

La famosa "return policy"

Da quando sono qui ho potuto sperimentare e capire che il motto "soddisfatti o rimborsati" esiste davvero.
Praticamente il 98% della merce che si acquista può essere riportata in negozio con il conseguente rimborso totale della spesa.
Solo un paio di grandi brand hanno rigide regole in fatto di restituzione e rimborso ma per il resto è possibile e incredibilmente facile.
Questo vuol dire che quando sei colto da indecisione in un negozio puoi comprare gli articoli che ti interessano ma non ti convincono, andare a casa e prenderti del tempo per decidere comodamente. Dopodiché tornare in negozio, restituire la merce accompagnata da scontrino e riavere i tuoi soldi indietro, cash o direttamente sulla carta di credito che hai usato.
Due recentissimi episodi accaduto dalla sottoscritta.
La scorsa settimana sono andata  a far spesa e tra le varie cibarie acquisto un barattolo di noccioline miste salate e un telecomando universale.
La sera stessa, io e mio marito spaparanzati sul divano, decidiamo di concederci uno snack. Apriamo il barattolo e ci rendiamo conto che ho comprato noccioline salate quando avrei voluto comprare quelle non salate.
Ci guardiamo, vado a cercare in borsa lo scontrino perso in qualche tasca interna, una volta recuperato decidiamo che il giorno dopo sarei tornata in negozio a restituire le noccioline in cambio di quelle non salate.
Così faccio il giorno seguente. Mi metto in fila ( quella vera, rispettosa, educata, ben allineata) nella sezione "returns" del negozio. Spiego alla signora il motivo per cui sono lì e dopo meno di 20 secondi ho i miei soldi in tasca. Torno in negozio e compro quel che volevo sin dall'inizio.
Qualche giorno dopo mio marito ha provato il telecomando universale e si rende conto che il pulsante del volume non funziona. Decide per la restituzione. Quindi va a rovistare nel sacco per il riciclo della carta, recupera la scatola ridotta in mille pezzi, mette scatola e tutti i componenti del telecomando in una anonima busta di plastica. Rieccomi nello stesso negozio, stessa composta fila.
Quando arriva il mio turno spiego alla commessa il problema e mi scuso per le condizioni della scatola ( io da brava italiana non abituata ai veri diritti del consumatore soddisfatto o rimborsato). Questa mi spiega che l'importante è che non manchi il contenuto integro. Stessa scena: 20 secondi e vengo rimborsata.
È davvero un bel vantaggio poter usufruire di questi diritti e sapere di non rischiare ma mi sorgono molte domande. 
Penso al barattolo di noccioline. Ne avremmo assaggiate cinque. Quel prodotto è secondo me ancora fruibile. Che fine farà? Sarà donato a chi ha poco da mangiare? E il telecomando? Magari con una piccola riparazione può essere rivenduto con tanto di sconto. Penso a quali siano le vere ragioni che spingono i negozi a concedere tutto questo a noi acquirenti. Forse perché così si è spinti a tornare a comprare presto? Dove sta il loro guadagno? E il nostro andare avanti e indietro per negozi a restituire merce non è di per se uno spreco? Non si consuma benzina e tempo? Cosa succede a tutta questa merce restituita? 
Per ora continuo ad esercitare questo diritto dato che non mi viene negato (devo ricordarmi che presto dovrò riportare indietro la tovaglia che non ho utilizzato per il pranzo di Natale!) ma ho molti dubbi. Per questo mi voglio documentare meglio e capire chi ci guadagna e chi ci rimette.